Il Veneto non è solo una delle regioni più industrializzate d’Italia: è anche un territorio dove il legame tra impresa e comunità ha radici antiche. Non stupisce che sia stata proprio questa regione, nel 2024, la prima a dotarsi di una legge specifica — la L.R. 10/2024 — pensata per sostenere le imprese che perseguono obiettivi di “beneficio comune” accanto al proprio business. Oggi in Veneto si contano circa 400 società benefit, un numero che racconta quanto il tema non riguardi più solo le grandi multinazionali, ma anche PMI e realtà artigiane del territorio.
Perché le aziende venete investono nel sociale
Non è solo una questione di immagine. Ci sono almeno tre ragioni che spiegano perché in questa regione il legame tra impresa e terzo settore è così diffuso:
- Radicamento territoriale: molte aziende venete nascono e crescono in provincia, dove il rapporto con la comunità locale è diretto e visibile, non mediato da un brand globale.
- Cultura d’impresa familiare: gran parte del tessuto produttivo regionale è ancora oggi composto da aziende a conduzione familiare, dove le scelte valoriali del fondatore continuano a orientare le strategie aziendali anche a distanza di generazioni.
- Vantaggi fiscali concreti: le donazioni a enti del terzo settore, oltre a generare valore sociale, possono beneficiare di deduzioni e detrazioni fiscali — un incentivo su cui torniamo più avanti.
Casi studio: quando l’impegno sociale diventa parte dell’identità aziendale
EssilorLuxottica: da Agordo al mondo
Il caso più noto è probabilmente quello di EssilorLuxottica, il colosso dell’occhialeria con sede ad Agordo, in provincia di Belluno. Dal 2022 il gruppo ha una fondazione dedicata, OneSight EssilorLuxottica Italia, che ogni anno porta visite oculistiche e occhiali gratuiti a persone senza dimora, rifugiati e famiglie in difficoltà economica in una decina di città italiane, con l’obiettivo dichiarato di rendere l’accesso alle cure oculistiche meno legato al reddito. È un esempio che mostra come un’azienda possa costruire un progetto sociale strettamente coerente con il proprio core business — non una donazione generica, ma un intervento che usa esattamente la competenza per cui l’azienda è nota.
OTB Foundation: da Breganze al Ponte di Rialto
Un secondo caso, meno legato a un singolo prodotto ma altrettanto radicato nel territorio, è quello di OTB Foundation, la fondazione del gruppo di moda OTB (Diesel, Maison Margiela, Marni, Jil Sander) fondato da Renzo Rosso, con sede a Breganze, in provincia di Vicenza. Attiva dal 2006, la fondazione ha finanziato oltre 350 progetti di sviluppo sociale nel mondo, con interventi che spaziano dal microcredito alle popolazioni colpite dai terremoti in Emilia-Romagna, fino al restauro del Ponte di Rialto a Venezia. È un caso interessante perché mostra un modello diverso da quello di Luxottica: non un unico progetto-bandiera, ma un ventaglio ampio di interventi, uniti da un criterio dichiarato di selezione — innovazione e impatto diretto — più che da un singolo tema.
Aquafarma: UNICEF, Lega del Filo d’Oro e il territorio di San Donà
Una realtà meno conosciuta al grande pubblico, ma con un impegno sociale altrettanto strutturato, è Aquafarma, azienda veneta specializzata in dispositivi per l’affinaggio dell’acqua domestica, con sede storica presso Villa la Barchessa Ceresa, a Noventa di Piave.
Aquafarma aderisce nel 2019 al programma “Impresa Amica” di UNICEF, contribuendo alla distribuzione di vaccini, alimenti terapeutici e materiale scolastico nei 190 Paesi in cui opera il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia. Sostiene inoltre a distanza la Lega del Filo d’Oro, storica fondazione italiana impegnata dal 1964 nella riabilitazione delle persone sordocieche. A questo si aggiunge un impegno più locale e diversificato: il sostegno al Comitato di Croce Rossa di San Donà di Piave per l’assistenza sanitaria e l’inclusione sociale sul territorio, e una collaborazione con Una Nuova Speranza ODV ed ELON Group per l’ampliamento di un centro sanitario di ostetricia a Rugari, in Burundi.
Quello che accomuna queste scelte è la varietà dei livelli di intervento: un programma internazionale strutturato come quello UNICEF, un sostegno di lungo corso a una fondazione storica come la Lega del Filo d’Oro, e una serie di collaborazioni dirette sul proprio territorio d’origine. Non un’unica iniziativa “vetrina”, ma un ventaglio di collaborazioni di lungo periodo.
Un modello replicabile anche per le PMI
Quello che accomuna i casi visti, dal grande gruppo internazionale alla media impresa, è che nessuno ha scelto un ente a caso: c’è sempre una logica, sia essa la coerenza con il proprio settore (come nel caso di OneSight), un criterio di selezione dichiarato (come per OTB Foundation), o un legame diretto con il territorio d’origine (come per Aquafarma e il Comitato di San Donà). È probabilmente questo, più della dimensione della donazione, il motivo per cui iniziative come queste finiscono per diventare parte riconoscibile dell’identità aziendale, invece che una riga in fondo al sito.
I vantaggi fiscali delle donazioni aziendali
Al netto delle motivazioni valoriali, c’è anche un aspetto pratico che spinge le imprese italiane a strutturare le proprie donazioni invece di limitarsi a gesti occasionali: il sistema fiscale italiano prevede agevolazioni concrete per chi sostiene enti del Terzo settore, e conoscerle è spesso il primo passo per pianificare un impegno sociale duraturo invece che sporadico.
Il riferimento normativo principale è l’articolo 83 del Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017), che ha riunito in un’unica norma un sistema di agevolazioni prima disperso in diverse leggi. La disciplina distingue due situazioni:
- Per le persone fisiche che non esercitano attività d’impresa: è possibile detrarre dall’imposta lorda il 30% delle erogazioni liberali, in denaro o in natura, effettuate a favore di enti del Terzo settore, fino a un massimo di 30.000 euro l’anno. La percentuale sale al 35% se la donazione è diretta a un’organizzazione di volontariato (ODV).
- Per le imprese e i titolari di reddito d’impresa: le stesse erogazioni sono invece deducibili dal reddito complessivo dichiarato, nel limite del 10% del reddito stesso. È questa la via normalmente percorsa da una società che dona a UNICEF, alla Lega del Filo d’Oro o a un’altra fondazione, invece della detrazione riservata alle persone fisiche.
Un aspetto meno noto riguarda le donazioni in natura: un’azienda può donare beni (penso a un’azienda manifatturiera che dona parte della propria produzione) invece di somme di denaro, purché il valore sia determinato secondo criteri oggettivi previsti dal TUIR, e — sopra i 30.000 euro — accompagnato da una perizia giurata di stima. È un meccanismo che, ad esempio, permette a un’azienda di beni di consumo di donare prodotto invece di liquidità, mantenendo comunque il diritto alla deduzione.
Va anche detto che il regime delle agevolazioni non è statico: dal 2026 le deduzioni e detrazioni dell’art. 83 si applicano solo agli enti effettivamente iscritti al RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore — un dettaglio operativo importante per le aziende che vogliono verificare, prima di donare, se l’ente beneficiario rientra nei requisiti. Per un quadro aggiornato e ufficiale delle aliquote e dei limiti in vigore, l’Agenzia delle Entrate pubblica una scheda dedicata alle erogazioni liberali, utile sia alle imprese che ai singoli contribuenti in fase di dichiarazione dei redditi.
Non è un caso che la stessa UNICEF Italia, presentando il programma Impresa Amica alle aziende, ricordi esplicitamente che le erogazioni liberali effettuate a suo favore sono fiscalmente deducibili: è un argomento che, insieme a quello valoriale, aiuta a spiegare perché così tante aziende — comprese diverse realtà venete — scelgano di trasformare un sostegno occasionale in una partnership strutturata e ricorrente nel tempo.
